Efficienza Energetica

Come ormai tutti sanno, oggi il fabbisogno energetico mondiale è in veloce aumento. Sin dalla rivoluzione industriale, iniziata nei paesi occidentali a fine ottocento, il progresso tecnologico ha imposto un costante aumento della richiesta di energia, elettrica e non. Le nuove scoperte, le crescenti necessità della popolazione via via da soddisfare hanno condotto ad una corsa sfrenata verso una maggiore e sempre crescente produzione di energia, spesso barbara e irrispettosa nei confronti del nostro pianeta.
E così per quasi tutto il ventesimo secolo l’uomo occidentale ha depredato la propria casa producendo energia a tutti i costi, ignaro inizialmente, ma successivamente colpevolmente consapevole, che tale produzione da un lato era legata a combustibili fossili, e in quanto tali destinati inesorabilmente all’ esaurimento, dall’altro che la combustione immetteva nell’ambiente sostanze nocive e gas serra, con evidenti ripercussioni non solo sulla salute della popolazione stessa, ma anche e soprattutto sulla salute globale del pianeta.
Gran parte della comunità scientifica internazionale concorda sul fatto che la temperatura del nostro pianeta sta aumentando e che nel giro di pochi decenni il surriscaldamento, se non si interverrà in maniera decisa, porterà all’avverarsi di scenari apocalittici. Osservando i dati sulle medie climatiche degli ultimi 150 anni, e cioè praticamente da quando si è iniziato ad archiviare le temperature, si nota che nei primi 10 posti della classifica per temperature medie maggiori compaiono tutti questi ultimi 10 anni. Inoltre si è notato, sempre nello stesso arco di tempo, che l’incremento globale della temperatura è stato di 0,76°C e gli scienziati indicano che l’aumento massimo di temperatura che il pianeta può permettersi, senza incorrere in catastrofi naturali e processi a catena irreversibili, è di 2°C.
Anche se altri studiosi tendono a mitigare l’allarme sottolineando che molti dati vengono usati in maniera distorta e senza spiegazioni scientifiche certe sulle cause del riscaldamento globale, e soprattutto sul suo legame con l’attività umana, per la comunità internazionale vale il cosiddetto principio precauzionale, che sancisce l’obbligo di adottare misure di protezione anche in assenza di dati scientifici se in gioco ci sono la salute del nostro pianeta e dell’uomo.
Ad ogni modo è opinione ormai quasi unanime che il surriscaldamento sia legato essenzialmente all’attività umana e in particolar modo all’emissione di gas a effetto serra, e in primo luogo della CO2.
Negli ultimi 30 anni il mutamento del clima ha già avuto forti ripercussioni su tutto il pianeta.
Lo scioglimento dei ghiacci produce acqua necessaria al fabbisogno di più di un miliardo di persone, se diminuisse la sua disponibilità, con la scomparsa di molti ghiacciai, quelle popolazioni sarebbero costrette a massicce migrazioni. Aumenterebbero le zone colpite da siccità. Dal 20 al 30% delle specie animali e vegetali oggi conosciute sarebbero condannate inesorabilmente all’estinzione e per centinaia di milioni di persone crescerebbe il rischio di carestie alimentari. L’innalzamento del livello del mare metterebbe a rischio regioni come il delta del Nilo, del Gange o del Mekong, dove vivono milioni e milioni di persone, che sarebbero anch’esse dunque costrette alla migrazione. Altri rischi si avrebbero per la salute dell’uomo e degli animali con il proliferare di malattie sensibili al clima, quali la diarrea, la malaria e la malnutrizione, che già oggi sono causa di circa 3 milioni di morti ogni anno. E già oggi sono circa 500 milioni le persone a rischio e 300.000 quelle che muoiono colpite dagli effetti del surriscaldamento globale, in seguito all’aumento delle zone soggette a siccità o per il declino di risorse ittiche.
La comunità internazionale, da diversi anni ormai, si sta adoperando per porre rimedio ai propri errori in materia di emissioni di inquinanti e gas serra. In quest’ottica l’11 Dicembre 1997 fu sottoscritto da 160 paesi, nella città giapponese di Kyoto, un trattato internazionale, noto ormai come protocollo di Kyoto, nell’ambito della Conferenza COP3 della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.
Il trattato prevede l’obbligo per i paesi industrializzati di operare una riduzione delle emissioni di elementi inquinanti (biossido di carbonio ed altri cinque gas serra, ovvero metano, ossido di diazoto, idrofluorocarburi, perfluorocarburi ed esafluoruro di zolfo) in una misura non inferiore al 5% rispetto alle emissioni registrate nel 1990, considerato come anno base, nel periodo 2008-2012.
Il trattato è entrato in vigore solo il 16 Febbraio 2005, e cioè dopo che la anche la Russia lo ha ratificato, portando a 55 le nazioni firmatarie ad averlo ratificato e a 55% le immissioni inquinanti da esse rappresentati. Manca tuttavia ancora all’appello un grande produttore di inquinanti, quali gli USA, che da solo ne produce il 36,2% (dati 2001).
Ma il problema ecologico dell’emissioni inquinanti e del surriscaldamento globale non può essere considerato l’unico legato all’energia. Non si può infatti ignorare che la stragrande maggioranza delle risorse da cui si attinge per la produzione di energia provengono da giacimenti fossili, giacimenti destinati ad esaurirsi con il passare degli anni. Sono anche risorse estratte in paesi dove non esiste stabilità politica e spesso i governi locali sfruttano la dipendenza da queste risorse dei paesi sviluppati per fare leva politica a livello internazionale, spesso come ricatto. Non ultimo ne è prova la crisi tra Russa e Ucraina durata dal Natale 2005 fino a Gennaio 2006, dove la strategia del Cremlino fu quella di usare il gas, che attraverso i gasdotti passanti per l’Ucraina rifornisce gran parte dell’Europa, in primis l’Italia, come arma di pressione e strumento di politica estera, in un inverno abbastanza rigido.
Ma non bisogna dimenticare la situazione di instabilità, di continua guerra, spesso anche fratricida, ma non solo, che permane in Medio Oriente, dal quale ci arriva la stragrande maggioranza del petrolio, la fonte di energia più utilizzata a livello mondiale.
Infine studi e proiezioni continuano a rilevare l’accelerazione di domanda di energia da parte di Cina e India ed altre nazioni in via di sviluppo, sottolineando come questo possa far aumentare sensibilmente il prezzo del greggio. Cosa che puntualmente è avvenuta tra il 2007 e l’estate del 2008, con il petrolio che ha sfiorato i 150 dollari al barile, salvo poi scendere nuovamente sotto i 40 dollari nella seconda metà del 2008.
Al fine di ridurre la dipendenza energetica dai fattori fin qui esaminati la Comunità Europea, negli ultimi anni, ha studiato eventuali strategie, individuando in ricerca e innovazione per le cosiddette green technologies le chiavi per la diminuzione dei consumi delle risorse, la riduzione di emissioni inquinanti, ma anche come chiave di svolta da punto di vista economico: studi accreditati infatti dimostrano che un’azione immediata e decisiva per ridurre i gas serra porterebbe benefici maggiori in termini di riduzione dei costi che il cambiamento climatico ha provocato e potrà provocare in futuro.
Un primo passo verso questa direzione è rappresentato dall’adozione, nel Marzo del 2006, del Libro Verde su ‹‹Una strategia europea per un’energia sostenibile, competitiva e sicura››, in cui si illustra lo stato attuale e le linee guida da seguire da parte dell’istituzione europea, nel campo dell’energia. Non si tratta ancora di un documento che disciplina, ma che invita a disciplinare in una certa direzione e la direzione suggerita è quella di tagliare le emissioni e di rispondere alla domanda energetica diminuendo la dipendenza crescente da paesi terzi, e quindi di avviare un processo di nuovi investimenti in infrastrutture, ricerca, innovazione e completamente del mercato europeo dell’energia.
Nel Gennaio del 2007 la Commissione Europea presenta il cosiddetto ‹‹Pacchetto integrato sull’energia e i cambiamenti climatici volto a ridurre le emissioni per il XXI secolo››, cosiddetto Pacchetto 20-20-20. Nel documento appare chiara l’intenzione dell’UE di svolgere un ruolo di primo piano a livello internazionale verso una nuova politica energetica, con un impegno unilaterale da parte degli Stati membri di tagliare del 20%  le emissioni entro il 2020 (con riferimento al 1990). Il pacchetto inoltre prevede la promozione delle fonti rinnovabili, per cui viene proposto un target del 20% del mix energetico complessivo e almeno il 10% di benzina derivata da biocarburanti entro il 2020. Infine un altro importante strumento per ridurre le emissioni è individuato in una maggiore efficienza energetica, con la proposta di un target, questa volta non vincolante, del 20% di risparmio legato a maggiore efficienza, sempre entro il 2020. Nel Marzo del 2007 il Consiglio Europeo ha approvato gli elementi qualificanti del pacchetto su energia e clima e i target da realizzare entro il 2020 sono diventati impegni solenni assunti al massimo livello politico, e negli anni successivi, in particolare nel 2009, sono stati sciolti alcuni nodi politici fondamentali, tra cui la ripartizione tra gli Stati membri degli sforzi per rispettare i target europei.
Anche in Italia, dopo la liberalizzazione avvenuta nel 1999 in seguito al decreto Bersani, lo scenario energetico nazionale è cambiato ed è in continua evoluzione. Le istituzioni si sono mosse per rispettare gli impegni assunti a livello internazionale ed anche le normative che regolamentano il mercato sono in continuo aggiornamento. Tuttavia anche nel nostro paese le linee guida sono abbastanza chiare ed in perfetta armonia con l’UE: investire nelle fonti rinnovabili e in una sempre maggiore efficienza energetica. In quest’ottica il governo ha investito e sta investendo molto, concedendo agevolazioni ed incentivi ad aziende e privati che intendano imboccare questa via. E’, infatti, sempre più rilevante la quota di energia elettrica prodotta da fonti quali l’eolico, il fotovoltaico o il geotermico, anche se rappresentano ancor oggi un’esigua porzione e a farla da padrone continua ad essere il termoelettrico, mentre una cospicua quantità viene importata dall’estero. In questo contesto assume un ruolo fondamentale un nuova fonte di energia rinnovabile, quella risparmiata. Ecco che si parla allora di negaWatt, negaJoule e negaWattora: basti pensare che se si efficientassero i soli edifici residenziali in base alla loro potenzialità il risultato sarebbe quello di aver risparmiato istantaneamente all’anno una quota di energia pari alla produzione annua di 8/9 centrali nucleari.